We are Motörhead and we play rock’n roll…

I Motörhead erano il classico power trio che suonava Rock N Roll, come diceva lo stesso Lemmy e gli altri membri della band. L’inserimento di elementi punk rock nella loro musica li ha resi pionieri del genere e hanno influenzato decine di band speed metal e thrash metal che sono arrivate dopo. Il nome “Motörhead” si riferisce ai consumatori di anfetamine. Il logo distintivo della band, minaccioso e potente, è diventato negli anni un’immagine iconica e un vero marchio di fabbrica. Creato dall’artista Joe Petagno, nel 1977, per la copertina del primo album dei Motörhead,  è apparso in molte varianti sulle copertine degli album successivi. Tra i vari nomignoli che gli sono stati dati ricordiamo: “War-Pig” e “Snaggletooth“.

Nel 1979, i Motörhead pubblicano il loro secondo e terzo album, Overkill e Bomber, due dischi che hanno reso leggendario il power trio per eccellenza. Guidati dal bassista e cantante Lemmy Kilmister, il gruppo aveva un suono grezzo e pesante, un mix perfetto di sonorità heavy metal e punk rock. Il batterista Phil “Philthy Animal” Taylor e il chitarrista “Fast” Eddie Clarke, completavano il trio.

Kilmister si era unito agli Hawkwind nei primi anni ’70, e dopo alcuni album e un singolo entrato nella Top 5 del Regno Unito. Nel 1975 fu licenziato in seguito ad alcuni problemi con la giustizia e un’accusa di possesso di droga, prima dell’entrata in Canada per il Tour, che costrinse il gruppo a cancellare alcuni concerti in programma. Lemmy decise immediatamente di formare una nuova band e la chiamò Motörhead, come un pezzo che aveva appena scritto. La band trovò rapidamente  un contratto con la United Artists e il materiale per l’album On Parole fu scritto subito, ma l’etichetta inizialmente si rifiutò di pubblicarlo perché insoddisfatta del suono (il disco venne comunque stampato nel 1979, dopo il grande successo dei primi due album dei Motörhead). 

Nell’agosto del 1977, l’omonimo disco d’esordio, dopo l’uscita,  entrò per un breve periodo di tempo in classifica nel Regno Unito. Nel 1978 il gruppo firmò con la Bronze Records e registrò una cover del classico dei Kingsmen: “Louie Louie”, andando anche in tour per promuoverlo. Sulla scia del 45 giri, nel dicembre del 1978, con il produttore Jimmy Miller, il gruppo iniziò a comporre i brani per il nuovo disco. L’album si intitolava “Overkill” ed entrò nella Top 30 delle classifiche seguito, poco dopo, da “Bomber”, sempre prodotto da Miller.

“Overkill” inizia con la title track. Un pezzo davvero energico e liberatorio, caratterizzato dall’uso del doppio pedale del batterista Phil Taylor, per un head banging devastante. Il brano successivo, “Stay Clean”, ha un’atmosfera quasi punk insieme a qualche effetto elettronico sulla voce di Kilmister che con il suo basso “ronzante” guida l’incedere del testo, mentre “(I Won’t) Pay Your Price” ci porta in territori southern rock mescolati all’energia straight-ahead e ai riff stratificati della chitarra di Clarke.
“I’ll Be Your Sister” è puro ed energico rock, ma con un tocco un po’ diverso e interessante. “Capricorn” inizia con un bellissimo tempo di batteria e una valanga di riff di chitarra che culminano, nel finale, con suoni carichi di riverbero ed effetti alla Hendrix. 

Il secondo lato dell’album parte con l’esplosiva “No Class”. Una vera bomba, per poi tornare allo stile punk con la successiva “Damage Case”.
“Tear Ya Down”, sprigiona più energia di una centrale elettrica e “Metropolis” ha un riff quasi bluesy e alcune voci armonizzate. In chiusura dell’album “Limb From Limb” è costruita su un riff ipnotico e nervoso e il secondo solo è suonato da Lemmy alla chitarra.

Overkill fu un successo inaspettato e rappresentò un grande balzo in avanti sia nello stile dei Motörhead che nella accoglienza da parte della critica musicale nei confronti del gruppo.

Dopo appena quattro mesi dall’uscita di Overkill, i Motörhead iniziano a lavorare al  successivo “Bomber”. Senza avere avuto molto tempo a disposizione per sviluppare le canzoni e con Miller alle prese con l’abuso di sostanze, durante le sessioni, questo terzo disco dei Motörhead si rivela leggermente meno tagliente e più formale del precedente, anche se contiene comunque alcuni brani che diventeranno dei mega classici per il gruppo. 

L’opener, “Dead Men Tell No Tales” è, al tempo stesso, raffinata ed energica come un diamante hard rock grezzo, mentre la canzone che chiude l’album, la title track, è un brano leggendario caratterizzato dall’energia e dalla freschezza di gran parte del materiale precedente e diventa un singolo di successo che entra direttamente nella Top 40 della classifica britannica. “Lawman” è incentrata su un riff essenziale che accompagna il testo che schernisce la polizia. “Sweet Revenge” cambia le carte in tavola e passa da suoni rock fangosi a chitarre slide e blues nel coro, con Clarke in evidenza. “Sharpshooter” dimostra la capacità di scrivere brani di puro rock dei Motörhead, mentre “Poison” e “Stone Dead Forever” fondono il punk e  l’Heavy Metal in modo fantastico. “All the Aces” fa rivivere il sound definitivo dei Motörhead e in chiusura con “Step Down” sembra quasi di ascoltare un vero e proprio classico dei Black Sabbath, e questo lo rende uno dei brani migliori dell’album.

Nonostante i tempi strettissimi di realizzazione, “Bomber” raggiunge il 12° posto nella classifica degli album. Nel Tour Europeo che segue, la potenza dei Motörhead viene confermata da un impressionante live show con un impianto luci a forma di bombardiere, e il gruppo si avvia verso il nuovo decennio degli anni ’80 con la promessa (mantenuta) di un successo ancora più grande.

We are Motörhead and we play rock’n roll…

Giuseppe Bellobuono

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